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GLI PSICOLOGI AL SERVIZIO DELLA PERSONA

Quando la timidezza diventa un problema

Pubblicato da  Dr.ssa Giovanna Grasso il 16/05/2013

Ci sono persone che fin da piccole non sono a proprio agio nello stare al centro dell’attenzione. È così che la timidezza, sin dall’asilo, può far sì che l’assegnazione di un ruolo in una recita provochi ansia e disagio. In seguito, dalle elementari in poi, anche il fare una domanda in classe davanti a tutti o l’essere interrogati potrà portare ad una forte attivazione fisiologica. Ciò che spaventa è fare una brutta figura, venire deriso, mostrare imbarazzo: si incomincia ben presto a dare molta attenzione alle proprie reazioni e a quelle altrui.

L’eccessiva consapevolezza e preoccupazione su come ci si mostra in pubblico possono facilmente portare a prestazioni peggiori e a minimizzare le proprie capacità di far fronte alle situazioni sociali, massimizzando, al contrario, la probabilità di un esito pubblico negativo e la gravità delle conseguenze che questo potrebbe avere.

Gli insuccessi reali, o vissuti come tali, in prima persona o da parte delle figure di riferimento, possono condizionare lo sviluppo successivo trasformando l'iniziale timidezza in paura eccessiva, irragionevole e pervasiva, una vera e propria fobia sociale.

Durante l’adolescenza e la prima età adulta le occasioni sociali si moltiplicano. Nella scuola secondaria, infatti, le attività e i progetti cominciano a riguardare più classi contemporaneamente, sono previste collaborazioni fra ragazzi che non si conoscono, e, di conseguenza, aumentano gli interrogativi su cosa dire e come farlo. Iniziano le assemblee autogestite dagli studenti, ed è inevitabile il confronto con chi sta sul palco e intrattiene centinaia di ragazzi e chi vorrebbe che la sua poltrona da spettatore fosse invisibile.

Inoltre, iniziano le feste, aperte anche agli amici degli amici, durante le quali stare in un angolo mentre gli altri chiacchierano può risultare davvero frustrante. Compiere un gesto qualsiasi può spaventare, per il timore che sia goffo. Nel versarsi da bere può tremare la mano fino a far rovesciare il liquido, mangiando il cibo può andare di traverso, e in qualsiasi momento una parola da parte di qualcuno può scatenare il tanto temuto rossore in volto.

Nell’età adulta il mostrare imbarazzo, soprattutto in situazioni professionali, per esempio durante un colloquio con un professore universitario, con un superiore sul luogo di lavoro o durante una riunione, porta a svalutare non solo le proprie abilità sociali, ma anche le proprie competenze.

Ciò può determinare un forte abbassamento dell’autostima, che può condurre facilmente la persona a provare un senso di inadeguatezza e a un disagio sempre più marcato; tale disagio  può diventare così forte da assumere le caratteristiche di un vero e proprio malessere, rischiando di portare la persona ad evitare via via tutte quelle situazioni che potrebbero comportare un’interazione o lo svolgimento di attività sotto lo sguardo altrui. Ma è proprio l’evitare ciò che spaventa a mantenere ed alimentare il problema: se, sulle prime, può dare una sensazione di sollievo, ben presto farà sembrare maggiore la pericolosità della situazione e restituirà l’incapacità di fronteggiarla.

Sarebbe auspicabile, quindi, che fin dall’infanzia i genitori non assecondassero le richieste di isolamento dei bambini timidi, in risposta talvolta ad una propria fobia sociale, ma che li spingessero dolcemente ad interagire; solo così questi avranno modo di sviluppare le proprie abilità sociali e potranno, di conseguenza, rendersi conto di come stare con gli altri possa essere piacevole e non pericoloso.

Quando, però, la timidezza, in seguito ad un’educazione evitante, ad esperienze sociali negative, o ad una percezione distorta, ha assunto le proporzioni di una vera e propria fobia sociale, si verifica che il solo pensiero, per esempio, di parlare in pubblico, o di andare a ballare seppure con amici fidati, provoca l’aumento del battito cardiaco e del respiro, tremori agli arti e alla voce, rossore, sudorazione intensa, fino a paura di perdere il controllo, svenire o impazzire.

In questa eventualità, è consigliabile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta. A una persona che conosce le caratteristiche di questo disturbo, che sa, innanzitutto, quanto sia difficile aprirsi e fidarsi, quanto sia fondamentale sentirsi accettati in modo incondizionato; che sa che la fobia sociale può essere sconfitta, anche quando è fortemente invalidante e porta al panico o al chiudersi in casa; che può spiegare che la fobia sociale è una reazione del nostro organismo alle situazioni che vengono vissute come pericolose a causa di esperienze traumatiche passate; che può insegnare dei metodi di rilassamento che producano una risposta opposta all’ansia e che di conseguenza portino ad abbassarla controllandone l’intensità, anche quando, dapprima in seduta con l’immaginazione e poi direttamente nella vita reale, ci si trova ad affrontare ciò che si teme e a rivivere i propri traumi.

L’esposizione alle situazioni sociali che generano ansia deve avvenire in modo guidato e graduale, seguendo un elenco ordinato per intensità. Si parte dall’immaginare la situazione che spaventa meno, ricostruendo insieme cosa si teme possa accadere e quali conseguenze ciò potrebbe avere, mettendo in discussione eventuali pensieri di inadeguatezza e catastrofici, e riformulandoli in chiave più realistica e funzionale. Solo quando il livello d’ansia è notevolmente scemato, lo psicoterapeuta affida il compito di affrontare la stessa situazione nella realtà, allungando di volta in volta i tempi d’esposizione. Nel momento in cui la situazione non viene più vissuta come pericolosa, si procede con l’esposizione alle situazioni considerate via via più ansiogene.

Oltre all’immaginazione, al ricordo, ed all’esposizione diretta, si potrà utilizzare la simulazione di situazioni sociali per affinare le proprie abilità comunicative, imparare a mettersi nei panni dell’altro, e sviluppare strategie di problem solving, in modo tale che: l’incontro con un estraneo, il ricevere o il fare una critica, il manifestare emozioni e sentimenti, e lo stare al centro dell’attenzione, non siano più un problema.

Dr.ssa Giovanna Grasso

Psicologa Psicoterapeuta